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Numero 20 - Maggio 2007

DRACULA SECONDO MARINELLA LÕRINCZI
di Marinella Lõrinczi



La storia degli studi su Dracula è picchiettata di episodi di sgambetti, "grandi scoperte", invenzioni, plagi, ed è circondata dalla smania di notorietà e sensazionalismo. Se in parte questo si svolge all'interno dell'accademia, dove comunque il giusto posto che spetta a ciascun draculologo rimarrà ben definito, a farne le spese, in senso proprio e figurato, è il grande pubblico che per sua natura avidamente recepisce le divulgazioni. Per chi riesce a piazzare, a propagandare e a vendere bene i suoi prodotti paradraculeschi, l'argomento può infatti diventare una miniera d'oro o quanto meno d'argento, nel senso francese del termine.
Per quest'intrecciarsi della ricerca con la pseudoricerca o con la 'ricerca' trash, il fenomeno letterario-artistico "Dracula" va visto necessariamente da molteplici punti di vista, che sono, a mio parere, complementari e inscindibili. Il primo di questi riguarda l'esistenza di un romanzo, Dracula (1897), dell'irlandese angloscrivente Abraham (Bram) Stoker (1847-1912), romanzo ambientato in parte nella Transilvania dal nome suggestivo (ancor più suggestivo se scritto Transylvania). A chi conosce l'inglese, va segnalato il sito da dove l'originale è scaricabile capitolo per capitolo: http://www.literature.org/authors/stoker-bram/dracula. Non è inutile mettere in evidenza che ai tempi di Stoker la Transilvania non era ancora una regione della Romania ma dell'Austria-Ungheria, che la perderà dopo la grande guerra. Il romanzo, tardo romantico e tardo gotico (del genere horror con rilevanti componenti realistiche e naturalistiche, per dirla più semplicemente), è uno dei più noti a livello mondiale, sebbene sicuramente non tra i più letti. Nonostante gli esteti snob non vogliano ammetterlo o lo facciano controvoglia, esso oramai fa parte del patrimonio letterario mondiale. Ai suoi tempi, invece, ben diversamente dalla situazione odierna, il romanzo aveva avuto una ottima accoglienza da parte della critica colta e un successo di pubblico discreto. Stoker, infatti, frequentava l'élite culturale coeva e ne faceva parte, impegnatissimo, fino al collasso nervoso, tra la conduzione amministrativa del miglior teatro londinese del momento (il Lyceum), e la sua ricca attività di scrittore. Quest'ultima attende ancora una valutazione e valorizzazione d'insieme. Già nel 1898, il romanzo Dracula fu tradotto in lingua islandese, per un complesso di ragioni culturali che si possono condensare nel concetto di "attrazione/fascino del Nord", e successivamente in tante altre lingue. La prima traduzione romena è forse la più tardiva in assoluto, del 1990, poiché i Romeni nulla sapevano né mai avevano saputo di un vampiro di nome Dracula. Ciò che ha eretto un ostacolo difficilmente superabile tra il romanzo, da un lato, e il pubblico nonché l'alta critica letteraria del XX secolo, dall'altro lato, è la vastissima e vulcanica produzione cinematografica generatasi in Europa a partire dal romanzo, molto precocemente, già durante l'epoca del film muto. Qui subentra, quindi, il secondo punto di vista che ha attinenza con la transcodifica da un genere artistico all'altro e con le inevitabili distorsioni e tagli che ciò comporta. Tra l'altro, prima di ritornare sullo schermo nel 1931, questa volta negli Stati Uniti e per la regia di Tod Browning, Dracula subisce una deviazione attraverso la rappresentazione scenica, dallo strepitoso successo di pubblico; questa prepara il terreno ai film successivi. In genere, la qualità degli oltre 160 film che s'ispirano a Dracula non riflette i pregi del romanzo, ma le eccezioni non mancano nemmeno qui ("Nosferatu" di F. W. Murnau, 1922; il suo remake ad opera di W. Herzog con Klaus Kinski, 1979; "Dracula" di J. Badham con Frank Langella, 1979; "Bram Stoker's Dracula" di F. Ford Coppola, 1992; mi astengo sui film americani con Béla Lugosi come protagonista, la cui carica ammaliatrice mi risulta incomprensibile a meno di non collegarla al carnevale di Halloween, popolarissima festa americana - derivata da culti dei defunti - che ora sta dilagando anche in Europa; non metto in conto le parodie e le variazioni sul tema). Sappiamo molto poco, in quanto non vi sono copie sopravvissute, del film ungherese "Drakula halala", "Morte di Dracula", girato dal regista Karoly Lajthay (1885-1945). Questo film è stato lanciato a Vienna nel 1921 e le riviste specialistiche dell'epoca sono le sole a conservarne i resoconti e qualche fotogramma. La ricostruzione di quest'episodio dimenticato la dobbiamo al romenista Jeno Farkas, dell'Università di Budapest (Ne abbiamo parlato diffusamente in un articolo apparso in Drago News NdR).
Tema comune delle varianti cinematografiche è l'esaltazione di una passione erotica irrefrenabile che travolge e poi trascina nella morte una giovane donna e un misterioso straniero giunto da terre lontane. Nella mostruosità reale ma intermittente dell'amante o seduttore straniero (che ogni tanto s'incarna in lupo, vampiro, essere deforme o mostro orrendo) potremmo scorgere l'incubo che ha tormentato, e che tormenta oggi più che mai, certuni bianchi europei al pensiero che le loro figlie possano congiungersi con affascinanti giovani barbari - non principi azzurri ma tipi tenebrosi e poco raccomandabili - sbarcati da oltremare (sul modello del più classico Olandese volante). Quando Ornella Volta nel 1964
(in "Il vampiro", Milano, Sugar) sosteneva che "il vampiro, infatti, è, prima di tutto, una creazione erotica", ciò vale soprattutto per i film, un po' meno per il romanzo Dracula che offre altro ancora, ed è del tutto improprio rispetto alle credenze popolari sui vampiri. Ma tant'è, oramai la lente deformante della cinematografia, o quanto meno il suo punto di vista, condiziona qualsiasi approccio. Come ha condizionato e pregiudicato la ricerca.
Il conturbante Béla Lugosi (nato nel 1882) scomparve a Los Angeles nel 1956, al termine di una carriera "vampiresca" di oltre 25 anni trascorsa sulla scena e sul set. Fu seppellito avvolto nel suo famoso mantello e con il generoso contributo alle spese di Frank Sinatra. A Lugosi personalmente Dracula aveva reso soltanto fama e cagionato un'esistenza travagliata. Posso soltanto immaginare, in quanto non ho tentato investigazioni in questa direzione (ma invito gli studenti della Facoltà di lingue ad offrirsi per tale ricerca), che i quotidiani e le riviste di cinema abbiano esaltato la notizia della sua morte non soltanto dolendosi per l'umana vicenda ma rammaricandosi per la fine di un genere filmico di enorme successo e di tradizione pluridecennale. La rinascita spettacolare del personaggio e il ripristino della serialità richiesero infatti soltanto due anni, cioè gli stretti tempi tecnici. Nel 1958 la Hammer Film Productions britannica fa uscire il primo prodotto del suo migliore investimento, regista Terence Fischer e con Christopher Lee nel ruolo di Dracula. Immaginiamo nuovamente l'eco di tale avvenimento. Fortuna vuole che a Londra, alla London University School of Slavonic and East European Studies, fosse docente lo slavista romeno Grigore Nandris (n.1895 - m.1968 a Londra). Sicuramente sulla scia del grande scalpore mediatico suscitato dall'operazione di rivivificazione del vampiro Dracula, Nandris presenta nel 1958, a Monaco, al VI Congresso internazionale di onomastica, un'analisi storico-filologica del nome Dracula; questo è uno dei tre lavori pionieristici, pubblicati tra il 1959-1968 in riviste di circolazione e di prestigio internazionali, che l'illustre professore di filologia slava dedica all'argomento, certamente nel contesto di tante conversazioni, interviste e quant'altro. Così viene rivelato, ad un pubblico occidentale scosso da brividi di piacere e tra cui vi saranno stati alcuni pragmatici dal fiuto acuto, che nel secolo XV era vissuto, tra il 1431-1476, il voivoda valacco Vlad soprannominato Dracula, ma che i Turchi avevano soprannominato addirittura l'Impalatore, Kazykly.
Al nome di origine slava Vlad(islav) corrisponde in italiano Ladislao mentre la regione storica della Valacchia coincide con la parte meridionale dell'odierna Romania. Questo capace, audace e certamente non tenero condottiero, che usava la tecnica militare della guerriglia, osò sfidare l'esercito dell'Impero ottomano e il conquistatore di Costantinopoli, il sultano Maometto II. Ma c'è soprattutto dell'altro. Nandris, in quanto slavista e formatosi alla scuola romena di slavistica, era in grado di collegare il nome Dracula al personaggio storico anche perché la cosiddetta Povest' o Dracule "Racconto su Dracula", monumento della letteratura antico russa la cui redazione più arcaica risale alla fine del XV secolo, narra per l'appunto del Dracula effettivamente esistito e gli attribuisce una serie di atti di grande crudeltà, tra cui l'impalamento (donde il soprannome turco). Di questa e delle consimili storie in lingua tedesca si era già occupato lo slavista romeno I. Bogdan nel 1896, pubblicando il suo lavoro a Bucarest. I "Racconti russi" fanno parte di questo primo filone documentale importante, nutrito e internazionalmente molto frequentato tra il XV-XVIII secolo, costruito di o su tanti aneddoti riguardanti le crudeltà attribuite a Vlad Dracula (per la Povest' russa si può consigliare il lavoro di G. Giraudo, slavista all'Università di Venezia, Drakula. Contributi alla storia delle idee politiche nell'Europa Orientale alla svolta del XV secolo, 1972). Esiste tuttavia un secondo filone documentale sul Dracula storico, molto meno scioccante per noi moderni. Sono rimasti a lungo negli annali europei, fino a secolo XVIII inoltrato, la descrizione e il ricordo della battaglia del 1462, in cui il sultano rischiò di subire da parte di Vlad una umiliante sconfitta. Stoker fa discendere il Dracula romanzesco da quest'ipostasi del glorioso antenato (cap. III) e non dal crudele impalatore: "Who was it but one of my own race who as Voivode crossed the Danube and beat the Turk on his own ground? This was a Dracula indeed!" Queste due tradizioni testuali, in cui non vi sono esemplari romeni in quanto gli annali romeni praticamente ignorano Vlad l'Impalatore, sono stati analizzati in maniera eccellente dagli storici romeni N. Stoicescu e St. Andreescu (in due libri del 1976). Per quanto riguarda le ricerche di Nandris, egli era in errore nel cercare il prototipo del Dracula romanzesco stokeriano nei documenti che narrano del Dracula crudele (come i "Racconti russi" o quelli tedeschi o la famosissima Cosmographia Universalis di Sebastian Münster, 1544) anziché in quelli sul Dracula condottiero e stratega. Infatti Nandri non poteva essere a conoscenza degli appunti sopravvissuti di Stoker, custoditi ora in una biblioteca privata americana (Rosenbach, Filadelfia) e presentati per la prima volta al pubblico nel 1977 (da J.S. Bierman). E' in questi appunti di difficile lettura, e soprattutto in un titolo citato da Stoker (W. Wilkinson, console britannico a Bucarest, autore di "An Account of the Principalities of Wallachia and Moldavia", 1820) che si trova il bandolo della matassa documentale che, indirettamente e direttamente, porta al personaggio Dracula creato da Stoker. Errore scusabile, quello di Nandris, le cui fatiche fondamentali e pionieristiche sono state definitivamente stravolte, dopo la sua morte, e spedite pure nel dimenticatoio, da R. McNally e R. Florescu attraverso il pluritradotto ed iperpropagandato "In Search of Dracula. A True History of Dracula and Vampire Legends" (1972) ed altri simili. Sul finire degli anni '60, i due storici americani si erano persino recati in Romania per fare dei sopralluoghi sul nulla, dal momento che le tracce materiali dell'esistenza del vero principe (costruzioni, tomba ecc.) non esistono più. Questa vicenda insensata è stata riraccontata recentemente dallo storico romeno M. Cazacu, che lavora al CNRS di Parigi (nella prefazione a "Dracula. La vera storia di Vlad III l'Impalatore", Mondadori, 2006). Si può ironizzare immaginando, ancora, che se Nandris non fosse morto di morte naturale nel 1968, nel 1972 sarebbe schiantato di rabbia e frustrazione.
I fatti basilari sono, quindi, molto semplici. Il Dracula storico, per quanto crudele, non è stato vampiro, nessuno lo ha mai creduto o descritto come tale, né si parlava di vampirismo ai suoi tempi. E il grazioso ma solido castello medievale di Bran (Transilvania meridionale), dove tutti vanno in pellegrinaggio, non è stato in suo possesso. Il vampiro nella letteratura compare soltanto agli inizi dell'Ottocento, col romanzo "Il vampiro" di Polidori, del 1819. Sviluppando tale motivo, "Dracula il vampiro" è una bella ed efficace invenzione romanzesca di Bram Stoker, scritta undici decenni or sono.
Meritano una menzione speciale finale le fiabe scritte da Bram Stoker ("Il paese del Tramonto", a c. di F. Giovannini, Stampa Alternativa, 1999) e i suoi racconti fantastici ("La catena del destino e altri racconti inediti", Costa & Nolan, 2006).

Marinella Lõrinczi
Versione leggermente ampliata e riveduta dell'articolo apparso sulla prima pagina dell'inserto culturale dell'Unione Sarda, sabato 31 marzo 2007.


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