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Numero 19 - Ottobre 2006

DRACULA, IL MUSICAL
di Il Conte Dracula



Seguito a un'imponente campagna pubblicitaria, come nello stile degli spettacoli proposti dal grande David Zard, il musical, o meglio l'"opera rock", "Dracula" è arrivata anche a Milano sulla scia del successo riscosso a Roma e a Verona. E noi l'abbiamo visto per voi.
Cominciamo subito col dire che è stata una vera delusione. Del "Dracula" di Bram Stoker la storia conserva solo qualche vago riferimento, preferendo seguire il plot scritto per il celebre film di Coppola. Si parte dunque dalla solita storia d'amore trita e ritrita, dal suicidio della moglie di Vlad III, per arrivare a un finale che non prevede la morte di Dracula ma la sua salvazione a fianco dell'amata sposa. Jonathan Harker si limita a comparire nelle scene iniziali per poi scomparire tra una moltitudine di vampire fameliche (ma non erano solo tre?). Van Helsing, la cui presenza si nota appena, entra in scena, urla come un indemoniato un paio di canzoni e poi esce. Seward si fagocita Morris e Holmwood in un sol boccone e li incarna tutti e tre: non si fida di Van Helsing (ma non lo chiamava lui a Londra??) e poi scompare. Lucy viene infilata in un vestito rosso alla Marilyn e trasformata in una vamp un po' sciocchina. Renfield? C'è ma non si capisce cosa faccia tra un saltello e l'altro: alla fine esce, mangia mosche e va via... insomma un bel pasticcio. Un pasticcio che non permette assolutamente a chi non ha visto il film di Coppola o letto il romanzo di capirci qualcosa. C'è da chiedersi se anche Vincenzo Incenzo, autore dell'adattamento del testo e del libretto, sia incorso nel solito "inciampo" su cui cadono tutti coloro che si avvicinano al celebre personaggio di Stoker sperando di trovarci chissà quali grandi storie d'amore e intrecci. In realtà, lo sappiamo tutti, il Dracula di Stoker è un vampiro cattivo, assetato di sangue e basta che plana su Londra per disseminare morte e sciagura. Niente storie d'amore, niente amore impossibile, reincarnazione, scherzi del destino... solo sangue modello Jack lo Squartatore e un avvincente inseguimento finale su cui si sarebbe potuto giocare. E allora lo sceneggiatore di turno che fa? Inventa, taglia, sovrappone, cuce. Un Frankenstein letterario... ci si perdoni il gioco di parole. Se poi ci mettiamo che il tutto deve durare al massimo un paio d'ore... addio Stoker. Niente Dracula sul balcone che entra di soppiatto nelle camere di ignare fanciulle (non ci aveva rinunciato nemmeno Coppola!), niente morsi nel sonno, niente aglio, niente paletti, niente di niente. Un Dracula che non è nemmeno un vampiro. Quando la capiranno che Dracula è un bel personaggio proprio perché è cattivo senza riserve, senza scuse? Perché continuare a scomodare improbabili storie d'amore: Vlad se ne fregò allegramente del suicidio (peraltro mai provato storicamente) della moglie. Come? Lo aveva fatto anche Coppola? Vero, ma quello è un genio assoluto. Ma torniamo allo spettacolo.
Superato il primo empasse, e capito che ci si trova di fronte alla trasposizione teatrale del film di Coppola (l'inizio è identico), si deve fare i conti con lo spettacolo allestito da Alfredo Arias. Niente sontuosità gotica, niente scenografie monumentali, niente golette fantasma, niente Transilvania... solo proiezioni di lune e mari agitati sotto un onnipresente Tower Bridge (per altro appena terminato negli anni in cui si svolge la vicenda e ancora ben lontano dall'essere considerato il simbolo della città). Nessun colpo di scena, neanche uno spavento piccolo piccolo... C'è da chiedersi se Arias si sia mai chiesto perché alcuni film sui vampiri abbiamo avuto successi planetari e altri no: basta guardare "Nosferatu" di Herzog, "Dracula di Bram Stoker" di Coppola, "Intervista col vampiro" di Jordan per capire che Dracula e i vampiri hanno bisogno di sontuosità vittoriana per vivere, per far felice il loro pubblico. Tutto intorno al vampiro deve essere ricco, opulento, vittoriano, decadente, significativo.
Un po' noioso questo Dracula musicale. Insipidi i costumi: Dracula sembra Frollo de "Il gobbo di Notre Dame". Belli solo i costumi di Mina e Lucy: identici a quelli del film di Coppola.
La musica della Premiata Forneria Marconi accompagna lo svolgersi degli eventi con una certa monotonia che alla lunga stanca: non basta il volume assordante e qualche giro di chitarra per fare rock vero... Chi scrive, poi, ha assistito a una sfortunata recita milanese in un Forum di Assago mezzo vuoto in cui la musica rimbombava in modo assai fastidioso. Quanto alla definizione di "opera", che dire? L'opera è fatta di arie e recitativi, di momenti in cui i personaggi riflettono sui propri sentimenti e altri in cui la vicenda corre spedita con massima attenzione al testo... qui non succede mai: solo arie, una in fila all'altra, in un'estenuante ipertrofia sonora che non concede riposo all'orecchio. Bravi tutti gli interpreti.


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